"Non mi risulta ci sia nulla di negativo nei fondamentali del mercato azionario, delle imprese e della struttura creditizia a esso relativa".
Sbagliato, non e’ Bush...
No, non e’ Draghi...
No, non e’ neanche Bernanke...
Ah no, non e’ neanche Berlusconi
Così aveva parlato, alla vigilia della grande caduta dei mercati finanziari, Charles E. Mitchell, presidente della National City Bank.
Era il 22 ottobre 1929.
Il giovedì successivo sul New York Stock Exchange furono scambiate 12,9 milioni di azioni.
L'ondata di panico tra gli investitori non si fermò e il Dow Jones inaugurò la settimana successiva con un calo del 12,82%.
Il giorno dopo, 24 ottobre 1929, l'indice perse un altro 11,73%.
D'altra parte, la grande crisi non era arrivata totalmente inattesa. Nel mese precedente al "giovedì nero" del 24 ottobre, data d'inizio della crisi, i mercati avevano già dato forti segnali di instabilità. All'inizio di settembre del '29 la media del rapporto tra prezzi e utili delle azioni di S&P Composite aveva raggiunto quota 32,6. Nel mese successivo il valore dei titoli scese del 17%, per poi recuperare metà delle perdite e calare di nuovo.
La spirale ribassista non si fermò, e il 24 ottobre si scatenò il panico tra gli investitori. In una sola seduta furono vendute 12,9 milioni di azioni. Il giorno successivo alcuni tra i più grandi banchieri d'America si riunirono per cercare di trovare una soluzione alla crisi. Con il capitale messo a disposizione dai colossi della finanza di allora, come il numero uno della Chase National Bank, Albert Wiggin, e il presidente della Morgan Bank Thomas W. Lamont, il vicepresidente della borsa, Richard Witney comprò titoli di alcune tra le principali blue chip a un prezzo che ne sopravvalutava nettamente il valore. Ma la mossa non riuscì, come sperato, a spingere gli investitori ad acquistare di nuovo, ed ebbe come unico effetto una chiusura di sessione piatta. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Lunedì 28 ottobre l'ondata di vendite continua, e il Dow Jones perde il 12,82%. Il giorno successivo è il caos. Il principale indice della Borsa della Grande Mela lascia sul terreno altri 11,73 punti percentuali. Solo in quella sessione vengono bruciati 14 miliardi di dollari. E' il "martedì nero". Il crollo si arresterà solo l'8 luglio del '32, con il Dow Jones che chiude a quota 41,22 punti. Il 3 settembre 1929 era a 381,17 punti, il record di allora. In meno di due anni l'indice aveva bruciato l'89% del suo valore e dovette attendere fino al 1954 per recuperare le perdite.
Nelle parole dell'economista Richard M. Salsman "chi comprò azioni nella metà del 1929 e le tenne vide passare la maggior parte della vita da adulto prima di ritornare in pareggio". Il panico si diffuse presto a tutte le piazze statunitensi ed estere. Si parla di numerosi suicidi di squali della finanza che in poche ore avevano visto svanire nel nulla tutte le loro ricchezze, un fenomeno successivamente ridimensionato da John Kenneth Galbraith in quello che è forse il libro più famoso sull'argomento: "The Great Crash, 1929".
I mercati finanziari di tutto il mondo vararono misure per sospendere i titoli che registravano ribassi eccessivi. Nel 1933 il Glass-Steagall Act introdusse la distinzione tra banche commerciali e banche d'affari, quegli istituti che, oltre a gestire depositi e fornire prestiti, si occupano del mercato dei titoli. Nel frattempo lo Smooth-Hawley Tariff Act del 1930 aveva bruscamente aumentato i dazi doganali sulle importazioni, spingendo i partner commerciali degli Usa a reazioni dello stesso segno e alimentando la sfiducia dei mercati e, con essa, le tendenze al ribasso. Era iniziata la Grande Depressione, le cui conseguenze inizieranno ad avvertirsi presto anche oltreoceano.
Friday, October 24, 2008
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